Caro Diario,
S'iniziava così, l'ho letto sui libri di sQuola, quando si scriveva sul diario, e così ho diligentemente fatto, quando tali compiti ci erano assegnati. Come se il "Diario" fosse un amico, da lungo tempo ignorato, col quale si ristabilivano rapporti epistolari, e non un semplice foglio, da riempire di private riflessioni, come mi sembra(va) logico. E invece no, secondo la manualistica e la persistente ancorché occasionale stupidità dei professori era d'obbligo iniziare ogni parodia di riflessione con l'incipit «Caro Diario».
A me l'espressione ha sempre fatto venire in mente una giornata di primavera, già tiepida abbastanza da aprire le finestre ma non torrida. Il profumo dei fiori e delle piante del vasto giardino rende quasi palpabile l'aria quando il lieve venticello non soffia, facendo frusciare dolcemente le foglie, mentre la quiete è arricchita dagli occasionali cinguettii degli uccellini che si rincorrono nella danza del corteggiamento. I dolci suoni della primavera entrano nella vasta stanza, dalle pareti color pastello, su cui sono appesi pochi quadri raffiguranti scene di vita campestre e uno specchio dalla ricca cornice.
La stanza non è piccola, ma è dominata dal grande letto, accuratamente composto nelle sue stoffe pregiate, sovrastato dal baldacchino, le tende raccolte, per non ostacolare quella deliziosa corrente che ogni tanto fa capolino, facendo sospirare piano le le leggere tende di tulle. Accanto al grande letto c'è un piccolo comodino, in grado di contenere appena la toletta per una giovane donna, e contro la parete, fianco alle finestre e sotto lo specchio, uno scrittoio coperto di carte e calamai.
I fogli sono di spessa carta bianca, robusta, appena un poco porosa, e recano sul frontespizio un indirizzo dorato, dai caratteri elaborati e solenni, ma non arroganti, che emanano antica solidità senza che suggeriscano l'essere vetusti e nostalgici di glorie ormai tramontate. La sicurezza della paria e di un seggio a Westminster sono discretamente sottintesi in ogni grammo di quella carta sparsa distrattamente sul tavolino.
Allo scrittoio siede una giovane donna, abbigliata con un semplice abito grigio perla, decorato da fini ed evanescenti ricami quasi bianchi. Tutto in lei rivendica l'appartenenza alla stessa schiatta rivendicata da quei fogli. I capelli scuri, ramati, sono percorsi da venature più chiare, quasi bionde, e scendono lisci sulla schiena, appena raccolti da una semplice acconciatura. I lineamenti del viso sono cesellati in una carnagione pallida, illuminata da due occhi grigio chiaro.
La ragazza è intenta a scrivere, verga parole con grafia sottile e mano sicura, la penna che accuratamente descrive le parole di quell'inglese raffinato e già vagamente antiquato in quel giorno sereno di primavera del 1899 che ora sta adoperando. Scrive, accurata e laboriosa, ma a chi scrive, questo rampollo di nobiltà inglese, tanto antica da non ricordare neppure il proprio capostipite?
Scrive a un giovane ammiratore, appena tornato dalle montagne d'India?
Scrive a una cara amica, appena giunta in Egitto?
Scrive a un lontano parente, che vive nei pressi di Newcastle?
O scrive al suo anziano retore e tutore, che le ha dischiuso i segreti ascosi dell'anima di Lucilio, o persino di Persio?
Sì, scrive proprio a lui, all'anziano ma sorridente professore, animato da un amore inestinguibile per tutto ciò che è scritto e bello. Scrive a lui, e scrive con l'affetto devoto di chi non è più soggetto all'autorità ma la ricorda con piacere e un pizzico di nostalgia. Gli racconta dei suoi balli a corte, così come delle ultime novità accadute in quel solenne palazzo dell'aristocrazia londinese, non ancora soppiantata da grassi mercanti e viscidi finanzieri dai soldi guadagnati chissà come e chissà dove.
Sta vivendo i suoi ultimi giri di ballo, l'aristocrazia di tutta Europa, nell'attesa inconscia eppure spasmodica di quel grandioso e terribile carnaio che la decapiterà, con un secco colpo di spada.
Ma il destino dei Cavalieri è questo, in fondo.
Ma il destino dei Cavalieri è questo, in fondo.
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