giovedì 29 dicembre 2011

Mater

Madre di Dio
E dei Suoi figli 
Madre dei padri e delle madri
Madre... oh madre, oh madre mia
L'anima mia si volge a te.
È il testo di «Madre», una canzone del gruppo musicale "CCCP - Fedeli alla linea", presente nell'album "Canzoni, Preghiere, Danze del II Millennio - Sezione Europa", pubblicato ormai 22 anni fa. Adesso, sinceramente, ho voglia di scrivere di questa canzone, vecchia quasi quanto me, o forse di me utilizzando come scusa e come paravento la canzone. Canzone, oddio, canzone. Sono cinque strofe, più simili a una preghiera che a una canzone, cinque strofe che in una chiesa, a dispetto del nome vetero-sovietico dei loro compositori, stonerebbero forse meno delle schitarrate (scordate) e ai costumi imbarazzanti che si vedono certe volte a Messa.
In fondo, la voce di Giovanni Lindo Ferretti, asperrima se confrontata alle voci bianche impiegate forse per rassicurare quello che sempre più sembra un pubblico, non stonerebbe se elevata su per le alte pareti di marmo e granito decorate da angeli, organi e santi. Non che i CCCP cantassero a cappella, anzi, ma gli strumenti, ancorché sovversivi di una tradizione sempre più negletta, servirebbero a rendere giustizia di quel poco di misticismo che ancora dovrebbe alignare nella Chiesa Cattolica.
Ma forse divago, e mi concentro troppo sull'esecuzione, e troppo poco sul testo, che, da preghiera, lavora come una preghiera. Non si rivolge a Dio direttamente, ma anza esalta il ruolo di pietosa madre della Madonna: l'uomo, ricondotto giustamente alla sua piccolezza, non può che chiedere l'intercessione di chi divino non è, ma santissimo, come appunto è la Beata Vergine Maria. E la identifica nel suo attributo più umano: più comprensibile, e quindi più vicino alla realtà dell'uomo, l'essere madre. Non l'Immacolata Concezione, non la "Virgo Fidelis", ma la madre che accoglie i suoi figli, li rassicura e li protegge. Un concetto antico quanto la natura.
La Madonna è Madre di Dio, e per estensione dei figli di Dio: per enfatizzarne il ruolo è madre dei genitori degli uomini, e tra questi è soprattutto una madre delle madri, una sorta di archetipo di tutte le madri, portatrice, mi piace pensare, di una tenerezza e di una dolcezza materne ed infinite. L'invocazione, nella quarta strofa, si confonde, e non è più certo se sia alla Madre di Dio, o alla madre che rivolge la sua anima. Ma quale anima? Una "canzone-preghiera" come questa non suggerisce certo un animo sicuro di sé stesso, né suggerisce qualcosa di più di un immenso sconforto, o di un'immensa stanchezza.
Sconforto e stanchezza che non danno origine a disperazione, perché in tali frangenti, lo dice la canzone, l'anima si rivolge alla Madre.
E in questa sublimazione della Madre, non totale a causa della vicinanza degli attributi più divini, forse si può scorgere il grande tema, che forse è mutuato da «Narciso e Boccadoro» di Hermann Hesse. Forse si può scorgere il bisogno lanciniante dell'uomo di avere la consapevolezza di non essere solo in questo mondo; a una solitudine a cui nemmeno un amore può ovviare, è destino, forse, che ci si rivolga a quel posto dimenticato da dove vengono i nostri passi, così incerti ed esitanti.

lunedì 26 dicembre 2011

Natale

È Natale, e a Natale si può fare di più... sfuma in sottofondo la pubblicità fuori tempo massimo, cosa che non la salva dai commenti distratti e dalle ciabatte tirate mollemente contro lo schermo. Ma le ciabatte sono soffici pigiami di pezza o di spugna, e il televisore è lontano. Tutte raggiungono accuratamente lo spazio vuoto tra televisione albero di natale, quell'albero che già, moralmente, sfuma e diventa ogni ora che passa più vecchio e obsoleto.
Che cosa è rimasto del Natale? Che cosa è nato del Natale? Non sono andato a Messa, quest'anno, per la spossatezza incredibile che mi assale alla fine dell'anno, nel bifrontismo che nulla ha di Giano che mi coglie nel fare un bilancio della mia vita. Andare o no? Confermare la mia Fede, che voglio presente, o ascoltare ciò che penso che sia sincerità?
Mah, sono riflessioni che se avessi un vago desiderio di sviluppare forse potrei farlo, trovandomi ad ammirare smozzichi di denti rotti di Dio e Famiglia, cadaveri frettolosamente vestiti a festa con ancora il verme che scompare nelle narici. O forse potrei crogiolarmi nel sacrosanto odio antiumano, nell'odio rivolto impietosamente contro quest'umanità che non ha il coraggio di guardare in sè stessa e che quindi si tuffa disperatamente nel rutilante mondo dei pandori e stelle filanti. Ma non sono Marcello Veneziani (tralasciando le boiate scientifiche), né il gestore del blog di Svart Jugend, e poi forse una fiammella di speranza mi fa piacere tenerla accesa.
È stato un Natale strano, questo sì, dove abbiamo rinnovato un'altra volta la volontà di stare insieme, nonostante tutto, solo a causa (per colpa?) di vincoli di sangue, che non riescono nemmeno a sbiadire l'antipatia che troppe volte è reciproca ma che almeno in giorni come questo l'annientano e la superano.
A mezzanotte, privatamente e mentre aspettavo che i miei familiari tornassero da Messa, ho scartato i regali di F.&V. e di E. Non ho mai fatto regali di Natale agli amici, e sinceramente questi regali mi sembrerebbero un po' strani, forse anche un po' invadenti, se non riguardasero persone più che gradite e più che gradevoli. Purtroppo conosco relativamente poco F.&V., così ho dovuto saltare nel buio alla cieca, coi miei regali, sia compleanno che Natale, e sperare che siano graditi... speriamo! E. invece la conosco un poco di più, e non ho avuto troppi problemi nel capire quali scegliere; certo, il fatto che fossero quasi chiamati ha aiutato, forse. In ogni caso, vantarsi dei propri regali fatti agli amici è da persone davvero poco dabbene, soprattutto quando ho scartato i loro regali, e non i miei. Che dire? Il regalo di V.&F. è stato azzeccato in pieno e soprattutto... squisito! Una scatola dei miei cioccolatini preferiti, che ho letteralmente spazzato via in dieci minuti cronometrati, e pure sforzandomi di andarci lento! Alla fine avevo le dita impiastricciate di cioccolato e male ai denti per il piacere voluttuoso con cui frantumavo con violenza quegli involucri di pralinatura per arrivare al morbito cioccolato all'interno. Ok, sto salivando al solo ricordo, quindi penso che passerò oltre la delizia cioccolatosa in favore del regalo di E. E qui sinceramente sono un po' imbarazzato, perché un'enfasi come quella che vorrei usare sarebbe adatta a imprese un po' più epiche di scartare i regali. Per non indulgere troppo nell'inconcludenza, potrei semplicemente dire che un regalo (di compleanno? O di Natale? Non mi ricordo più XD ma decido hic et nunc salvo smentite che è quello di compleanno) era già stato preventivato a "mezza bocca", per il desiderio di E. di non andare alla cieca: «Io sono un gatto», che ho già cominciato a leggere; e che l'altro regalo «I cavalieri del Bushido», che parla dei crimini di guerra giapponesi, anche se regalato alla "cieca" è stato più che azzeccato ugualmente, tanto che avevo già preventivato di appropriarmene.
Dopo i sentitissimi ringraziamenti sono arrivati i miei familiari, genitori e fratellino, e abbiamo scartato i reciproci regali. A me sono toccati in sorte regali niente male: The Doors, Akira Kurosawa, e per gradire un saggio del Card. Comastri, per quanto attiene allo spirito; un'altra barcata di cioccolatini, un maglione e una camicia per quanto riguarda il corpo. Ah, già, pure una cravatta. Ecco, la cravatta è la prova che ormai sto diventando vecchio: non tanto per averla ricevuta in regalo, quanto per il fatto di essere consapevole che ormai si sta rivelando un regalo utile (e io odio i regali utili). Nonstante tutto è una bella cravatta, rosso scuro con disegni sottili verde scuro, del tipo che prenderei io, anche se mi piacerebbe prendere una cravatta a tinta unita. Vabbè, nei prossimi due anni conto di avere scarsissimo bisogno di cravatte, quindi sticazzi. O forse no?
Sia come sia, poi tutti quanti pieni di amorevole spirito natalizio siamo andati a dormire, per poi la mattina dopo presentarci con tutto il parentame (tanto davvero) a casa di mia zia paterna, dove tutti i parenti, paterni e materni, si erano dati appuntamento per il Krante Pranzo ti Natale, ja, dove ogni famiglia, single, scapolo, zitella o altro portava qualcosa. Giuro, quando ho visto i furgoncini dei cugini meridionali (Bari-e-Brindisi e Avellino) mi è venuto male. E, sinceramente, ho male ancora adesso. Mamma mia, mai vista tanta roba da mangiare, ci voleva l'intera cucina e il soggiorno per contenere, impilata, tutta la roba... ci vivo fino a primavera. XD
Scambi di regali, dai pensierini a regali più seri, bevute, tombole, insomma: il più classico dei Natali in famiglia, un momento come pochi altri per estraniarsi dal tempo, per rifugiarsi in un eterno istante, dove cambiano solo le taglie dei vestiti, e non tutti.
E gli auguri meno diretti, sul telefono, tutti quelli che ci si augura, e anche qualche gradititissima sorpresa... e molto altro oltre a questo, e questo è più che tutto.
Forse alla fine il Natale quando serve c'è.


"E per poter rivedere, o voi che siete fuori,
Il vero Natale della nostra infanzia,
E’ sufficiente fissare ancora,
Gli occhi sull’ombra dell’assenza
Per fugare la malasorte
E far rifiorire la speranza"
(Robert Brasillach - Noel en Taule, 1944)

sabato 24 dicembre 2011

Adeste Fideles

Adeste Fideles
Laeti triumphantes
Venite, venite in Bethlehem
Natum videte
Regem angelorum
Venite adoremus
Dominum
Cantet nunc io
Chorus angelorum
Cantet nunc aula caelestium
Gloria, gloria
In excelsis Deo
Venite adoremus
Dominum
Ergo qui natus
Die hodierna
Jesu, tibi sit gloria
Patris aeterni
Verbum caro factus
Venite adoremus
Dominum

venerdì 23 dicembre 2011

Limbo

In questi giorni mi sembra di essere sospeso in un limbo, una stasi interiore che forse non ha riscontro in ciò che faccio o che traspare esternamente. Apatico, è forse il termine migliore con il quale definirmi. O forse apatico solo la sera, quando ho un po' di tempo per me e scopro i miei pensieri a girare oziosi verso nessun dove.
Eppure in questi giorni ho girato come una trottola. Venerdì scorso ho cenato con quelli che ormai sono amici e non solo compagni di corso, ci siamo divertiti come matti a "difendere" una nostra compagna dalle attenzioni di un incicciottito cinquantenne, siamo andati a ballare, e il tutto immersi in un'atmosfera di amicizia e rilassata convivialità. Gli amici dell'organizzatore si sono superati anche questa volta nell'accoglierci con cordialità e simpatia. Martedì ho rivisto con grandissimo piacere amici che mi sono particolarmente cari e simpatici, E., V. e F., e ho conosciuto F-2, altrettanto simpatico. Sinceramente non vedo l'ora che sia Natale, così scoprirò cosa mi hanno regalato (e in cosa consiste il souvenir da Berlin di E.). Ieri sera ci siamo trovati a Padova, noi matti, e abbiamo brindato, riso, scherzato a suon della carne del Fante (anzi, di Paron Fante!) e del vino di C. e ho tentato il Capitano Paf, fallendo miseramente e tornando a casa su strane strade, tutte quante storte e tremolanti. Ho comprato e impacchettato tutti i regali, e spero in bene di non avere fatto sciocchezze bestiali. Quindi mi sono divertito un bel po'. E poi la vita scorre come suo solito, con me testardo che continuo a combattere contro invincibili mulini a vento... insomma, oltre ai momenti con i miei amici è la solita danza, nemmeno sgradevole.
Eppure... eppure non lo so. Né come precisamente mi sento apatico, né per quale ragione di fondo. Mah.
Certo, sono un po' ansioso per abilità informatiche, ma è proprio il moto e il desiderio di fare, la curiosità e un po' anche lo spriito natalizio che mancano quasi del tutto. E di voglia di fare ne dovrei avere, visto che sono sì vicino alla conclusione della tesi, ma questa non va mica avanti da sola, e già A. ha chiuso prima di me, non voglio certo dargliela vinta anche in questo.
Chissà.

mercoledì 21 dicembre 2011

Nella lotta c'è la vita

Oggi tocca una storiella commovente, dall'elevato contenuto morale, come una réclame qualsiasi potrebbe dire. La sorta di "insegnamento" che contiene, devo dire che è completamente condivisibile, anche se spesso tutti tendiamo a non comportarci in questo, lodevole, modo. Io l'ho trovata su un forum, attribuita a tale Francesco Puglisie come tale la propongo.
A voi.

Era una mattinata movimentata quando un anziano gentiluomo di un'ottantina di anni arrivò per farsi rimuovere dei punti da una ferita al pollice. Disse che aveva molta fretta perché aveva un appuntamento alle 9:00. Rilevai la pressione e lo feci sedere, sapendo che sarebbe passata oltre un'ora prima che qualcuno potesse vederlo.
Lo vedevo guardare continuamente il suo orologio e decisi, dal momento che non avevo impegni con altri pazienti, che mi sarei occupato io della ferita. Ad un primo esame, la ferita sembrava guarita: andai a prendere gli strumenti necessari per rimuovere la sutura e rimedicargli la ferita. Mentre mi prendevo cura di lui, gli chiesi se per caso avesse un altro appuntamento medico dato che aveva tanta fretta.
L'anziano signore mi rispose che doveva andare alla casa di cura per far colazione con sua moglie. Mi informai della sua salute e lui mi raccontò che era affetta da tempo dall'Alzheimer. Gli chiesi se per caso la moglie si preoccupasse nel caso facesse un po' tardi. Lui mi rispose che lei non lo riconosceva già da 5 anni. Ne fui sorpreso, e gli chiesi 'e va ancora ogni mattina a trovarla anche se non sa chi è lei? L'uomo sorrise e mi battè la mano sulla spalla dicendo: "Lei non sa chi sono, ma io so ancora perfettamente chi è lei ".
Dovetti trattenere le lacrime. Avevo la pelle d'oca e pensai: 'Questo è il genere di amore che voglio nella mia vita. Il vero amore non è né fisico né romantico. Il vero amore è l'accettazione di tutto ciò che è, è stato, sarà e non sarà.
Le persone più felici non sono necessariamente coloro che hanno il meglio di tutto, ma coloro che traggono il meglio da ciò che hanno. Spero condividerai questo messaggio con qualcuno cui vuoi bene, io l'ho appena fatto.
La vita non è una questione di come sopravvivere alla tempesta, ma di come danzare nella pioggia. Sii più gentile del necessario, perché ciascuna delle persone che incontri sta combattendo qualche sorta di battaglia.
Di: Francesco Puglisi

venerdì 16 dicembre 2011

Idoneità informatica

Dati i moduli rimanenti: internet (saper usare Wikipedia è utile), Power Point (maledetta clipart mascherata da grafico) ed Excel (lì sinceramente non so cosa dire se non che quella funzione non c'era nemmeno nei manuali). Ma dovrei essere sufficiente, tanto basta un 18-e-calcio-in-culo, è solo un'idoneità da "conseguire". Ok, se vengo segato in uno dei moduli perdo l'anno.
In attesa dei risultati saranno 30 giorni rilassanti e piacevoli da attendere.
Anche perché allo stesso tempo dovrò dare un esame di magistrale e finire la tesi, giusto per gradire. Il top sarebbe questo: finisco la tesi, complimenti della relatrice, esame di Diritto Pubblico Comparato, 30, escono i risultati di Internet, Power Point ed Excel e... bocciato. Quindi il completamento dell'idoneità (lo ripeto: momento del tutto inutile e buono solo a fare arrabbiare) slitterebbe a fine marzo, per poi laurearmi a luglio. In pratica, perderei un anno.
E la cosa non mi sorride.

giovedì 15 dicembre 2011

Passi lenti passi gravi

Altro giorno altro post riassuntivo. «You smell that? Do you smell that? Writing, son. Nothing else in the world smells like that. I love the smell of writing in the evening. You know, one time we had a post written, for twelve minutes. When it was all over I looked at. We didn't find one of 'em, not one stinkin' dinkletter . The smell, you know that bit smell, the whole post. Smelled like … victory. Someday this blog's gonna end». Dopo la citazione-omaggio-pietra miliare del cinema, passiamo con ordine alle cose davvero fique e importanti, al punto tale da essere citate nel dispaccio giornaliero.
  • Le conseguenze di Firenze arrivano nel quotidiano. Oggi in facoltà si respirava un clima piuttosto pesante. Membri del CSO Pedro e del Collettivo CraCk giravano come fulminati; forse rimpiangevano che l'organizzazione dell'omicida dell'altro ieri - CasaPound - non avesse una sede presso la quale manifestare lo sdegno. Mi chiedo quanto possa durare questo stato di tensione latente prima che scoppi qualche confronto duro.
  • A Firenze un corteo di protesta di connazionali dei senegalesi ammazzati ha preteso di vedere il corpo dell'omicida-suicida. E i manifestanti sono stati accontentati. Non si fa.
  • Sempre in tema Casa Pound-razzismo-polemiche, ferma restando la mia completa estraneità alla materia, oggi su Canile 5 c'era il confonto tra Jean Leonard Touadi, parlamentare italiano di nazionalità congolese, e il dirigente di Casa Pound. Touadi diceva che questi sono razzisti e che inneggiano alla razza ariana. Il neofascista gli ha risposto che suo nipote faceva "militanza politica" con loro. Touadi ammutolisce. Della serie, non informarsi.
  • Per l'esame di domani, tre moduli, dovrei essere pronto. L'ansia un po' aumenta.
  • Domani è il compleanno di Rick. Io, Pez, il Fante e Chiara B. ci organizziamo in un regalo comune. Chissà cosa.
  • Non ho incontrato chi non si dovrebbe incontrare. Solito dubbio: meglio o peggio così?
  • Individuato il problema alla ventola, è tutto sommato meno grave di quanto temessi.
  • Caldo in lieve diminuzione, farebbe fresco se fossimo a novembre.
  • Spirito natalizio ad oggi assente. Mah.

mercoledì 14 dicembre 2011

E un altro giorno è andato

Good morning, Vietnam. Cioè no, è un'altra storia. Good evening, blog. Ora ci siamo. Sono stanco e non ho voglia di scrivere, ma voglio "fissare" i giorni che passano. I fatti del giorno:
  • A Firenze sono stati ammazzati come bestie, il pomeriggio di ieri, due immigrati senegalesi, feriti altri due; suicida l'assassino, di destra radicale. Immediate e generali le reazioni contro il razzismo e contro la xenofobia. Secondo me quel gesto è frutto soprattutto di squilibrio mentale.
  • A Roma è stata effettuata retata contro "Militia", un gruppo di estrema destra, attivo da anni per mezzo di striscioni contro esponenti delle istituzioni (Presidente USA, Sindaco di Roma) e della società civile. Cinque arresti. La prima uscita di Militia, si ricava da internet, risale al 2007 e il capo di quel movimento è arcinoto. Perquisizioni anche in Umbria.
  • Ho studiacchiato Excel, ormai manca poco all'esame del 16, Excel, Power Point e Internet. Speriamo, o la va o la deve andare.
  • Non ho incontrato chi non si dovrebbe incontrare. E ci ho guadagnato in tranquillità.
  • Problema alla ventola: sembra non funzionare più a dovere nel rinfrescare il computer e provoca arresti di sicurezza del pc. Forse lo debbo cambiare? Spero di no, sarebbe una seccatura non indifferente.
  • Caldo schifoso che perdura.

lunedì 12 dicembre 2011

Due amanti

«Due amanti felici fanno un solo pane, una sola goccia di luna nell’erba, lasciano camminando due ombre che si uniscono, lasciano un solo sole vuoto in un letto.Due amanti felici non hanno fine né morte, nascono e muoiono più volte vivendo, hanno l’eternità della natura.»
Pablo Neruda

domenica 11 dicembre 2011

Battleweek Yamato

È stata una settimana, come si dice a casa mia, "da battaglia". Ma folle, eh, veramente folle. Non (solo) "brutta", "infernale", "bella", "sconvolgente", proprio "da battaglia": piena di confronti, di incidenti, imprevisti, di tutto. E se penso che domani sarà una giornata campale quasi altrettanto tutto il resto della settimana messa assieme...mamma mia.

sabato 10 dicembre 2011

Peer to Peer

Caro Diario,

S'iniziava così, l'ho letto sui libri di sQuola, quando si scriveva sul diario, e così ho diligentemente fatto, quando tali compiti ci erano assegnati. Come se il "Diario" fosse un amico, da lungo tempo ignorato, col quale si ristabilivano rapporti epistolari, e non un semplice foglio, da riempire di private riflessioni, come mi sembra(va) logico. E invece no, secondo la manualistica e la persistente ancorché occasionale stupidità dei professori era d'obbligo iniziare ogni parodia di riflessione con l'incipit «Caro Diario».
A me l'espressione ha sempre fatto venire in mente una giornata di primavera, già tiepida abbastanza da aprire le finestre ma non torrida. Il profumo dei fiori e delle piante del vasto giardino rende quasi palpabile l'aria quando il lieve venticello non soffia, facendo frusciare dolcemente le foglie, mentre la quiete è arricchita dagli occasionali cinguettii degli uccellini che si rincorrono nella danza del corteggiamento. I dolci suoni della primavera entrano nella vasta stanza, dalle pareti color pastello, su cui sono appesi pochi quadri raffiguranti scene di vita campestre e uno specchio dalla ricca cornice.
La stanza non è piccola, ma è dominata dal grande letto, accuratamente composto nelle sue stoffe pregiate, sovrastato dal baldacchino, le tende raccolte, per non ostacolare quella deliziosa corrente che ogni tanto fa capolino, facendo sospirare piano le le leggere tende di tulle. Accanto al grande letto c'è un piccolo comodino, in grado di contenere appena la toletta per una giovane donna, e contro la parete, fianco alle finestre e sotto lo specchio, uno scrittoio coperto di carte e calamai.
I fogli sono di spessa carta bianca, robusta, appena un poco porosa, e recano sul frontespizio un indirizzo dorato, dai caratteri elaborati e solenni, ma non arroganti, che emanano antica solidità senza che suggeriscano l'essere vetusti e nostalgici di glorie ormai tramontate. La sicurezza della paria e di un seggio a Westminster sono discretamente sottintesi in ogni grammo di quella carta sparsa distrattamente sul tavolino.
Allo scrittoio siede una giovane donna, abbigliata con un semplice abito grigio perla, decorato da fini ed evanescenti ricami quasi bianchi. Tutto in lei rivendica l'appartenenza alla stessa schiatta rivendicata da quei fogli. I capelli scuri, ramati, sono percorsi da venature più chiare, quasi bionde, e scendono lisci sulla schiena, appena raccolti da una semplice acconciatura. I lineamenti del viso sono cesellati in una carnagione pallida, illuminata da due occhi grigio chiaro.
La ragazza è intenta a scrivere, verga parole con grafia sottile e mano sicura, la penna che accuratamente descrive le parole di quell'inglese raffinato e già vagamente antiquato in quel giorno sereno di primavera del 1899 che ora sta adoperando. Scrive, accurata e laboriosa, ma a chi scrive, questo rampollo di nobiltà inglese, tanto antica da non ricordare neppure il proprio capostipite?
Scrive a un giovane ammiratore, appena tornato dalle montagne d'India?
Scrive a una cara amica, appena giunta in Egitto?
Scrive a un lontano parente, che vive nei pressi di Newcastle?
O scrive al suo anziano retore e tutore, che le ha dischiuso i segreti ascosi dell'anima di Lucilio, o persino di Persio?
Sì, scrive proprio a lui, all'anziano ma sorridente professore, animato da un amore inestinguibile per tutto ciò che è scritto e bello. Scrive a lui, e scrive con l'affetto devoto di chi non è più soggetto all'autorità ma la ricorda con piacere e un pizzico di nostalgia. Gli racconta dei suoi balli a corte, così come delle ultime novità accadute in quel solenne palazzo dell'aristocrazia londinese, non ancora soppiantata da grassi mercanti e viscidi finanzieri dai soldi guadagnati chissà come e chissà dove.
Sta vivendo i suoi ultimi giri di ballo, l'aristocrazia di tutta Europa, nell'attesa inconscia eppure spasmodica di quel grandioso e terribile carnaio che la decapiterà, con un secco colpo di spada.
Ma il destino dei Cavalieri è questo, in fondo.

giovedì 8 dicembre 2011

Il più grande spettacolo dopo il Götterdämmerung

Il titolo, lo confesso, è un disastroso plagio, doppio addirittura. Il primo, palese e noto a tutti, è il plagio di Jovanotti, in arte Lorenzo Cherubini. Il secondo, più raffinato, è un plagio del plagio, ovvero del titolo di un blog che recita «Il più grande spettacolo dopo Phom Penh», con evidente riferimento alla "Kampuchea Democratica". Ma vabbè. È che un titolo dev'esserci, ovviamente, e un poco a corto di idee lo ero.
Si riprendono le buone, vecchie abitudini, e tiro l'una e passa di notte per scrivere questo post. La colonna sonora la fornisce, come tradizione comanda, A sort of homecoming. Messa in loop ha un suono tutto sommato uniforme per tutta la durata, e incoraggia a scrivere. Bono, all'epoca, era nel pieno della voce, più ancora di Achtung Baby, e di sicuro più dei "Rotten Ninties", e del recupero dei Duemila. C'è poco da fare, The Unforgettable Fire è un album a dire poco visionario, una delle pietre miliari (o migliori, o migliari) del decennio, non solo, come è ovvio, degli U2, ma anche del panorama musicale coevo, e A sort of homecoming è la degna testa di serie.
Per quanto sia bella, ed è bellla, non riesco però ad apprezzare la relativa fortuna nella quale mi trovo, ma anzi tendo a considerare le ultime due settimane come un paio di settimane sostanzialmente da prendere, appallottolare e lestamente cestinare senza troppo indugio. Non ho particolari problemi materiali, fatto salvo il desiderio di un paio di occhiali da sole, desiderio del tutto svincolato dalla reale necessità (ne ho un altro paio della medesima marca, con lenti perfette) e dettato solo dalla fascinazione che esercita su di me quella particolare estetica delle lenti scure a goccia, incorniciata dalla montatura metallica; non ho particolari problemi fisici, sono in forma, sciolto nei movimenti e più che in grado di sopportare quasi qualunque sforzo fisico o allenamento, e l'unico cruccio che in questo campo ho è la caduta dei capelli in condizioni di stress... sarà per questo che ultimamente sembro un gatto, da quanti capelli mi lascio dietro. Di problemi "sociali" non ne ho, ho anzi buoni e fidati amici; fuori dall'ambiente universitario (C., R., M., E. solo per citare i più stretti) e non solo: i miei (quasi-)ex-compagni di corso, Massi, Otta, Gigi, Vale, i Giuni, perfino ViVi, anche se ormai è lontana, e i miei (quasi-)attuali compagni di corso: F., M., F., G., A., i Trentini (J. e M.) e altri, che non cito perché se li cito con tutte queste iniziali va a finire che mi confondo, e parlo di A. mentre vorrei parlare di A., con F. che ci parla, mentre invece A, non A, ma A., non ha molto legato con F. e con A. e così via, in un girone sempre più grottesco e di nulla comprensione.
Vabbè, nel nuovo corso si stanno formando le amicizie, ormai dopo tre mesi ci si conosce un poco meglio, e si consolidano le ciacole banali e sciocche, le uscite serali per chi può, gli spritz all'Alexander dopo gli esami. Si sta bene, sto bene, e anzi mi sembra che non ci siano le sotterranee sorgenti di idiozia che invece veleggia(va)no in Triennale. In ogni caso non posso davvero dire che mi stiano antipatici, e anzi in particolare quattro-cinque tra di loro li trovo a me affini e disposti a chiaccherare in modo tranquillo e reciprocamente (almeno, spero) gradito.
Il problema, in verità, non è nemmeno nelle sale delle accademie d'arti, di lettere e di alta speculazione d'ordine morale, visto che sperabilmente non dovrebbero esserci eccessivi intoppi alla successiva danza di passi formali che verranno fatti per arrivare, sperabilmente integri, alla laurea: la tesi ha superato il suo punto di svolta, e ora è il momento di scrivere come mai prima d'ora, con la ragionevole certezza che questo anno si trasformi, accademicamente, in una furiosa serie di risultati positivi e di traguardi, importanti forse solo per me ma per me importanti: e i professori si confermano per non essere la canaglieria che potrebbero.
E allora a che pro escludere ogni cosa dal novero dei problemi? Dal "Problemaquenta", per citare Tolkien.
Il mio problema fondamentale si trova, su per giù, dalle parti del torace sinistro, o vi si troverebbe se avesse ragione Aristotele e con lui la maggioranza del pensiero antico e medioevale. Io sinceramente non so bene come descrivere la situazione senza ledere in modo così palese e marchiano la riservatezza della stimabilissima persona coinvolta rendendone agevole l'identificazione. Debbo solo dire che... che è così bella, ed è difficile non pensare continuamente e disastrosamente a lei. Dovrei invece prescinderne, e continuare «in spite of her». Mah. Per ora sembra più facile a dirsi che a farsi, date le circostanze, ma non dispero. Prima o poi dovrò pur uscirne, no? È che me lo ripeto da anni e anni, e da anni e anni la risposta è dolce, è soave, ed è un NO.
E io non so cosa fare.

mercoledì 7 dicembre 2011

Bewildered

E questa invece non so da dove venga, ma è una citazione che mi ha sempre, lievemente, turbato. Comunque dovrebbe essere tratta da una poesia di H. Pinter, credo. Anyway, vobis.

A bocca aperta sbadigliano le maschere in quegli imperi accecati dalla luce dei riflettori, dove violini di cera, splendori asinini precipiti, la gonna di broccato di servi  e tarme e tafani e corpetti irrigiditi, mondi morenti, soli in delirio afferrano il consigliere in ghingheri, sorreggono l'elisir cristallino delle muffole.

lunedì 5 dicembre 2011

Chewing nails

C'è Saga, cantante scandinava, non ricordo se norvegese o svedese, ma credo svedese, che intona con la sua voce dolce «Ode to a dying people». In realtà la voce non è nemmeno dolce, forse la si può definire corposa? Fatto sta che l'accento è quasi assente, e che la canzone in sé e per sé è magica e non mi stancherei mai di ascoltarla, anzi.
Il video della canzone è particolarmente cupo, visto che alterna le immagini della cantante che canta in modo accorato a immagini di torbidi e sommovimenti di piazza.
Tant'è. Per fortuna si può ascoltare il tutto senza badare minimamente il video e in effetti il canto di Saga nella sua cantilena quasi melodica mi calma un po' dal nervosismo e dall'astio contro me stesso che provo ora. Di tutte le cavolo di ragazze di cui posso non dico infatuarmi, ormai sarebbe un'infatuazione di un anno e decisamente più, ma per dirla con un termine tecnico «prendermi male», dovevo fare proprio nei confronti di quella verso cui non ho la benché minima possibilità, e per di più che sono costretto a vederla e a parlarci quasi costantemente? Fino al punto da essere contento se è ammalata, che almeno non mi vengono le lacrime agli occhi mentre la guardo, e che almeno per evitare di mettermi a fare le fusa appena mi parla con quella maledetta voce, così calda e dolce, e non le devo rispondere a monosillabi guardando in un'altra direzione.
Fortuna che sono abbastanza furbo da capire l'assoluta e totale assenza di possibilità e da non suicidarmi provandoci.
Uff, che nervoso. I'm so nervous I'd chew nails.

sabato 3 dicembre 2011

Il web log infinito

Non è una riedizione postmoderna del romanzo di Michael Ende, ma è solo una ulteriore tappa della messa a punto del blog. Nulla di che, ho cambiato lo sfondo, da righine a nero. Per ora tengo il gradiente, forse però proverò a venarlo d'azzurrro. O forse rimetterò le righine, chissà. Per fortuna che ho salvato l'immagine, quindi mi basta riupparla ed ecco fatto.
Poi devo capire bene o come allargare la casella dei post, o come ridurre l'immagine nello header.
Non so, ho voglia di fare un blog che vada sul nero-e-azzurro, sullo stile che ora mi sembra rappresentato dal contrasto tra la mia immagine del profilo e la skin del blog.
Mah, si vedrà.

venerdì 2 dicembre 2011

La prima volta non si scorda mai

Primo esame (preappello) della laurea magistrale. È andato, il primo mezzo esame è andato. ma sul piano personale è tutta un'altra storia.
L'esame per essere andato bene è andato bene, almeno credo di non aver sfigurato, poteva andare mooooolto peggio, almeno questo è certo. Mi ha lasciato esporre, cosa niente affatto scontata, senza interrompermi in modo esagerato. Non che ora abbia di che riposarmi, visto che solo per dicembre mi rimangono tre appelli d'esame (EIE progredito, Diritto UE progredito, abilità informatiche e Diritto UE del lavoro) e due scadenze di tesi. Voglio morire. In realtà a dicembre sono tutti preappelli dei corsi della magistrale, che però di fatto esauriscono. Diciamo che ho deciso di prendere di petto l'intero insieme delle materie, per poi andare eventualmente a scalare, ma mirando alto. Se arrivo a laurearmi con già tre esami belli che pronti da esser registrati nella sessione di giugno, è davvero "grasso che cola".
Per il resto... per il resto boh. Solitamente ho il raro dono di complicare le cose, ma in questo caso sembra proprio una cosa del tutto impossibile, e sono scemo io a starci male: d'altronde non ci sto mica male perché non so volare, anche se mi piacerebbe, quindi non vedo perché dovrei starci male se sono considerato solo un amico, le due cose si equivalgono alla grande, nel suo caso. Se una cosa si sa impossibile, è forse norma elementare di intelligenza non scornarsi quando essa puntualmente non si verifica, ma d'altra parte non ho mai detto di essere intelligente.

giovedì 1 dicembre 2011

Vigilia

Ah, già. Domani avrei mezzo esame, il primo del corso di laurea magistrale, e più precisamente ho la prima metà di Diritto Pubblico Comparato. Devo esporre in 40 minuti, con completezza, il testo "Diritto Pubblico Occidentale", di Raoul Van Canegem. Non facilissimo, ma nemmeno una cosa così insormontabile, spero.
Nel frattempo, una citazione o un aforisma ci sta sempre bene.


Ti vengo a cercare
oltre le ore tristi d' inverno
oltre il freddo
che congela il respiro
guardo tra volti mai incontrati
sguardi indifferenti
se la scintilla dei tuoi occhi
brilla tra la gente.
Mark Twain

martedì 29 novembre 2011

Månen

Non ho la benché minima idea da dove sia tratta questa frase, ma è veramente bella.

«La luna risplende nel cielo notturno ma viene illuminata da i raggi del sole... l’intera umanità è un oceano di sogni dove ogni singola onda rappresenta il sogno di un individuo... aprite la luna e troverete il sentiero dei sogni»

lunedì 28 novembre 2011

L'Armée furieuse


- Fra i miei uomini, Capitano, ce n'è uno affetto da ipersonnia che crolla addormentato sul più bello, uno zoologo specialista in pesci, di fiume soprattutto, una bulimica che scompare per fare scorta di cibo, un vecchio airone esperto di leggende, un mostro di cultura che non si schioda dal vino bianco, e via di seguito. Non possono permettersi di formalizzarsi troppo.
- E lavorate?
- Molto.

"La Cavalcata dei Morti" (il titolo in lingua originale è "L'Armée furieuse") è un giallo della scrittrice Fred Vargas che fa parte della serie del Commissaire de Police Jean Baptiste Adamsberg e i suoi subordinati della squadra Anticrimine della Prefecture de Police di Parigi.
Il romanzo è stato pubblicato in Francia nel 2011 e recentemente è stato tradotto e pubblicato in Italia da Einaudi.
La trama è semplice e si struttura su due filoni narrativi quasi completamente separati tra di loro: le poche intersezioni vengono realizzate dai protagonisti e da un personaggio comprimario, che ha la funzione più che altro di Deus ex machina, oltre a caratterizzare la sua figura e il suo carattere.
La trama è quindi doppia: da una parte l'indagine sul rogo di un anziano e ricchissimo industriale e finanziere. Dall'altra parte l'indagine si sviluppa nella direzione di un luogo rurale e campestre, immerso nei boschi della Normandia, collegata alle antiche e sanguinarie leggende.
Dopo poco tempo, nonostante la prima indagine faccia da cornice e da sfondo ai movimenti della seconda, l'attenzione viene catturata quasi esclusivamente dalla seconda missione.
Tale seconda missione è caratterizzata, come spesso nei lavori della Vargas, da elementi che apparentemente sono sovrannaturali o legati alla tradizione più arcaica, che aprono al lettore uno sguardo o sulle leggende e tradizioni del luogo (solitamente Adamsberg si muove tra Piccardia e Normandia, benché anche il Giura e i Pirenei siano stati esplorati, per arrivare perfino in Serbia). La descrizione delle tradizioni e delle leggende del luogo, che siano esplicitamente menzionate come in questo caso o che siano soltanto evocate come per esempio "Nei bochi eterni" ("Dan les bois eternelles") evoca un paesaggio che certo a prima vista è oscuro e remoto, per non dire suscettibile di evoluzioni verso l'horror o verso il fantasy, ma che invece rimane sempre sul piano terreno: sempre, e questo romanzo non fa ecceziona, l'atto criminoso è un atto commesso da una persona fisica e materiale, con sue proprie motivazioni: che possono includere il rispetto della tradizione o che possono prescinderne, ma che rimangono inevitabilmente ristrette alla realtà terrena e propria, senza nulla concedere all'elemento fantastico.
L'approccio realistico della vicenda, anche se non per forza dello svoglimento, è a sua volta soggetta al rischio di rendere arida e piatta la descrizione dell'indagine, e di trasformarla in nulla più che un semplice giallo che coglie l'occasione per tratteggiare in modo bozzettistico o - peggio - documentaristico questa o quella tradizione, questa o quella atmosfera. Questa possibilità è presente, ma è abilmente evitata dall'autrice grazie al ricorso al protagonista, Jean Baptiste Adamsberg,  ai suoi subordinati, che spaziano dall'ipersonnico Mercadet, all'alcolista Danglard, alla giunonica Violette Retancourt. In modo particolare, il mozzo dell'ordinato e corretto svolgimento della narrazione, lontana dall'aridità descrittiva e aliena da qualsiasi inflessione fantastica, è rappresentato dal Commissario Adamsberg.
Costui è un uomo che tutto sembra, meno che un poliziotto, cosa che in realtà è. Il suo modo di ragionare è presentato dall'autrice non attraverso un tradizionale punto di vista, ma in modo alterno, che si situa in un punto indefinito tra il narratore onnisciente, il terzo spettatore e lo stesso punto di vista (soprattutto) di Adamsberg. Ciò contribuisce ad accentuare il persistente carattere di vaghezza dei ragionamenti, di "spalatore di nuvole" di Adamsberg, come il colpevole lo etichetta sprezzante, unito ad una sostanziale ignoranza abissale e soprattutto dall'assoluta indifferenza sia alla necessità di colmarla, sia nei confronti della maggior parte dei morti che pure ingombrano il cammino.
Ciò che colpisce, anzi, è proprio questo intrecciarsi di eterea vaghezza, a tratti intervallata da ansia, tensione, nervosismo: comunque passeggeri, e di oscure leggende e tradizioni (o quanto meno atmosfere altrettanto cupe ed oscure). E non c'è mai una vittoria della "razionalità" moderna, ma invece spesso la leggenda è confermata nella sua validità, pur venendo a volte esclusa dalle motivazioni che spingono i colpevoli al delitto.
Nel romanzo, inoltre, le lunghe e affascinanti digressioni sono quasi altrettanto centrali dell'inchiesta. I dialoghi sono sempre calmi, e anche nelle situazioni di alterazione emotiva non si allontanano mai dalla serena vaghezza di cui son fatti i personaggi, a dispetto delle loro ansie, delle loro oscurità.
La Cavalcata dei Morti, titolo abbastanza azzeccato anche rispetto a una traduzione letterale (sarebbe: "La Schiera furiosa", essendo "Esercito" del tutto incongruente con il romanzo), è un bel libro, scorrevole anche se non banale, comodamente esauribile in un pomeriggio: per oltre 400 pagine, è un elemento confortante.
Un ultima considerazione, che attiene le copertine: quelle italiane sono semplicemente azzeccate. Non perché rivelino alcunché del contenuto, ma perché riescono a trasmettere con assoluta precisione l'atmosfera generale della storia che racchiudono. E non è poco.
Consiglierei questo libro? Sì, ma con due avvertenze. La prima è che è il decimo della serie di Adamsberg, il che presuppone uno sviluppo assai robusto di una sua continuità narrativa e di ambientazione. La seconda è che è necessario prescindere dalla figura "civile" dell'autrice: Fred Vargas è una delle icone intellettuali della sinistra francese, ma il lettore che cercasse una manifestazione di impegno politico e militante nelle sue opere prenderebbe una cantonata colossale.

Blog e html

Pensavo di essere decisamente più inetto. E invece, smanetta che ti smanetta, prova che ti riprova, ho più o meno capito quale parte del codice fa cosa; però per poter fare un blog non dico bello e ben fatto, ma almeno decente dovrei avere una buona giornata di tempo, o in alternativa un po' di serenità d'animo.
Cose che non ho, né l'una, né l'altra, figuriamoci entrambe. Quella mitica condizione non è cosa per uomini mortali, ma al massimo per i luminosi Eldar che hanno goduto della visione degli Alberi in Valìnor, Telperion e Laurelin.
Io che sono un mero Secondogenito non ho grandissime speranze, penso, o almeno non nel breve periodo.

E anzi, visto che ormai siamo in tema Tolkien, diciamo che, senza arrivare alle vette di Svart Jugend, nel mio blog raccolgo intorno a me i miei demoni, quegli stati d'animo che per primi sono maturati in me nei giorni del mio splendore ed sono divenuti massimamente miei nell'inconcludenza: i loro contenuti sono di fuoco, ma erano ammantati di negrore, e il terrore li precede; hanno sarcasmi fiammeggianti.

(Non temete, è una citazione a proposito di Melkor che accumula le forze in Utumno, verso l'inizio del Quenda Silmarillion: la citazione esatta è questa


E in Utumno, Melkor raccoglieva intorno a sé i propri demoni, quegli spiriti che per primi erano passati a lui nei giorni del suo splendore ed erano divenuti massimamente simili a lui nella corruzione: i loro cuori erano di fuoco, ma erano ammantati di negrore, e il terrore li precedeva; avevano fruste fiammeggianti. Balrog, così vennero chiamati in seguito nella Terra-di-mezzo.

Che poi è davvero curioso come Tolkien assegni al Fuoco un ruolo quasi totalmente negativo. Ma, di nuovo, si tratta di un argomento che per essere sviscerato approfonditamente necessiterebbe di tempo e soprattutto capacità mentali, che non ho.

domenica 27 novembre 2011

Pax et Bellum

Noi non vogliamo un mondo pacifico e ben costruito
Vogliamo un mondo con la sua melodia infinita
Con la dolorosa tensione dei contrasti
Con tutte le tonalità di colore
Per noi la vita è giusta nella sua totalità
Ernst Jünger

venerdì 25 novembre 2011

Primo

Così, si apre un nuovo blog(ghete), successore dell'omonimo blog di Splinder (che chiuderà? che non chiuderà? Boh) che finora è il monopolista assoluto dei miei vari scazzi, più o meno misantropi. Gran privilegio, veh?
Cominciamo con il presentarci: mi chiamo Marco, ho 23 anni e studio a Scienze Politiche a Padova.
Di che mi interesso?
In realtà non lo so nemmeno io, o meglio, è troppo complicato spiegare la mia strana teoria degli interessi, quindi saranno agevolmente deducibili di volta in volta, di post in post. Suppongo che dovrò anche occuparmi dell'aspetto del blog, sebbene quello di adesso non mi dispiaccia così tanto.
Bene, straordinariamente interessante, vero? Ma io qui sono a leggere un blog, 'zzo vuoi me ne freghi se studi seriamente o se invece ti rolli le canne tutto il giorno?
Non hai torto, o immaginario lettore, anche se non mi rollo le canne (le classiche mosche bianche, aye). Che cosa si troverà in questo blog?
Sarebbe oltremodo semplicistico dire "di tutto" , oltre che scontato e teVVibilmente banale.
Dirò piuttosto che si potranno trovare considerazioni riguardo la mia vita quotidiana, le mie impressioni, le riflessioni (!) riguardo agli avvenimenti della giornata. Ma non solo. Sono un irrimediabile fancazzista e ho il brutto vizio di interessarmi di politica e considerazioni più propriamente politiche saranno inevitabilmente presenti.
Cercherò di trattenermi, ma ogni tanto dei commenti saranno inseriti.
Com'è che si dice, uomo avvisato...