venerdì 29 giugno 2012

Qualche buona notizia qui e lì

Vi presento un articolo comparso quest'oggi sul Corriere della Sera.
Sarà melenso, sarà stupido, ma... ma se fa notizia è perché la carità (che brutta parola) l'aiuto autonomo e non dipendente dallo Stato ormai è più rara di un usuraio onesto.
A voi.

L’ANGELO INVISIBILE DI MILANO CHE AIUTA CHI È RIMASTO INDIETRO
Salda i debiti e paga gli affitti. «Il mio nome? Non conta»

di Giangiacomo Schiavi
L’uomo che fa vivere la speranza ha appena trovato casa a un disoccupato domiciliato da due anni in una vecchia auto. Si è presentato nel quartiere Stadera e ha bussato a una portiera chiusa. Gaspare Tumminello dormiva lì, con la barba sfatta, i denti persi e una storia da disperato involontario: fino a 46 anni gestiva un bar, faceva su e su, insomma se la cavava. Poi i debiti, i prestiti, la malattia. Ha perso tutto. A 54 anni senza sussidio e con un tumore si fatica a mangiare e non si riesce a pagare l’affitto: si sprofonda sempre di più. «Milano è dura e spietata, ma non si può vivere così», ha esordito l’uomo arrivato con l’intenzione di dargli una mano. In una settimana la vecchia auto è finita in un box; Tumminello oggi dorme in un letto: affitto pagato, spese comprese. Il mestiere dei poveri è quello di doversi arrangiare, ma se qualcuno li aiuta il futuro fa meno paura: si può ritrovare una strada e la dignità. Tumminello quasi incredulo ha ringraziato; l’uomo gli ha messo in tasca un assegno: «Se deve mangiare qui c’è il necessario. Faccia le sue cure e speriamo bene. Una raccomandazione: non si arrenda». Come hanno fatto gli altri milanesi in difficoltà sovvenzionati, aiutati, indirizzati dall’invisibile signore che si materializza all’improvviso e poi sparisce come Nembo Kid.
È stato così per Noemi, una pensionata finita nel girone dei poveri, indebitata con la banca per tenere nel decoro uno scalcinato alloggio popolare in viale Molise. Voleva un frigorifero, ma non era in grado di pagarlo: così ha raccontato al Corriere il suo problema, la vergogna di chi deve lottare ogni giorno per non finire nel tunnel del degrado: «Sono a un passo dal chiedere l’elemosina». L’uomo della provvidenza si è presentato a casa sua: «Andiamo in banca a mettere in salvo il conto», le ha detto. Ecco il frigorifero. E gli occhiali nuovi, se servono. Tenga un po’ di contanti per le spese dei prossimi mesi. Mi faccia sapere come va...
C’è una carità spontanea, quotidiana, che attraversa Milano. Non cerca pubblicità e non vuole il suo nome sui giornali. È la carità che non conosce altra regola se non quella di regalare un frammento di umanità e di speranza a chi si è messo (o è stato messo) ai margini della società. Bisogna far sapere che esiste. Ci dice che non tutto è peggio, che non ci sono solo cattive notizie, pugni in faccia per i cittadini. Salvatore Jacono l’ha sperimentato coi suoi figli. Si lamentava di essersi indebitato per farli studiare. E di essere costretto a lavorare di giorno e di notte per evitare l’incubo degli usurai.
Niente cinema, niente pizzeria, niente vacanze per qualche anno. Non è bastato. Prosciugato lo stipendio da ferroviere e quello di portiere d’albergo ha dovuto stendere la mano e chiedere l’elemosina. Il suo angelo, lo stesso di Gaspare, lo stesso di Noemi, è arrivato quando non se l’aspettava più. «Ci penso io a far studiare i figli», gli ha detto. «Adagio adagio chiuderemo anche i debiti. Mi tenga informato, con le pagelle del ragazzo e il libretto dell’università...».
Se la vita significa cercare momenti felici è bello sapere che c’è qualcuno che ci aiuta a trovarli. L’uomo della solidarietà che appare e scompare dice che viviamo chiusi in troppi egoismi. «Ho lavorato nel mondo delle grandi banche e posso garantire che ci sono centinaia di manager con entrate milionarie che potrebbero fare quel che ho fatto io: ma forse voltano la pagina di cronaca, preferiscono quella degli spettacoli...».
Anche il piccolo Mohamed fra qualche anno ringrazierà questo anonimo signore. Per sopravvivere a una rara malattia genetica che aveva distrutto le sue difese immunitarie i suoi genitori hanno lasciato la Tunisia. I medici del Policlinico di Pavia erano pronti al trapianto: gli unici in Europa.
Ma serviva un donatore di midollo osseo compatibile. Per tre anni sono stati lanciati appelli alle tv italiane e arabe. Niente. Il padre di Mohamed, docente universitario in Tunisia, per pagarsi le spese si è adattato a fare la raccolta differenziata in ospedale. La nascita di un fratellino ha permesso il trapianto. Ora il bambino è fuori pericolo, ma la famiglia è al collasso: serve aiuto. Tradotto: solidarietà economica. Ed è arrivato lui. Ha trovato una casa decorosa, ha dato un aiuto al padre, ha pagato una vacanza a Mohamed: la prima della sua vita. Pagherà anche il viaggio di rientro della famiglia in Tunisia, alle fine dei controlli medici.
C’è nel Paese una solidarietà che a volte non appare. La povertà soffre in silenzio: chissà quanti altri casi sono stati risolti così.
Con la generosità discreta di un anonimo cittadino. Messe in fila le storie positive di Milano però sono tante. Diventano notizie. Good news. Anna e Virginia, per esempio. Madre e figlia impoverite dalle malattie e dall’impossibilità di mantenere un posto di lavoro per potersi curare. Si è presentato lui, stupito: come mai nessuno si è offerto di aiutare due donne senza stipendio e senza pensione? Così ha staccato un assegno, per superare l’emergenza e affrontare la vita con un sorriso. «L’anomalia non sono io», ha detto. «È chi volta le spalle a chi è stato sconfitto dalla vita».
Così ha dato una mano anche ad Aldo, pensionato che accudisce i bambini di una coppia senza casa. Abita al quartiere Calvairate e corre tutto il giorno in auto per portare i bimbi a scuola nel centro di Milano. I genitori rientrano la sera, poi vanno a dormire separati in attesa di un alloggio popolare che da dieci anni non arriva mai: i richiedenti a Milano sono 22 mila. Per Aldo il problema era l’Ecopass: la sua vecchia auto doveva pagare il pedaggio. Troppo per chi con 450 euro al mese vive accontentandosi di poco. L’uomo della speranza gli ha regalato un’auto, bollo e assicurazione pagati.
Perché tutto questo? «L’ho spiegato ai miei figli. Chi ha deve aiutare chi non ha. Il valore dei nostri gesti è direttamente proporzionale a quello di cui ci priviamo per aiutare gli altri. Credo abbia più peso il gesto di un pensionato che rinuncia a venti euro che non quelli come me, che non devono rinunciare a nulla. Nemmeno al superfluo».
C’è un’umanità di cui dobbiamo sentirci responsabili, dice il cardinal Martini.
Può essere utile parlare della solidarietà che risolve certi casi disperati accontentandosi della gratitudine, quella che Emily Dickinson chiamava «la timida ricchezza di coloro che non posseggono nulla».
gschiavi@rcs.it

sabato 9 giugno 2012

8 maggio 2012 - 8 giugno 2012

Che bel mese di merda che mi sono costruito, ma quanti insulti che mi sono meritato. Eccomi seduto con le mani nei capelli, che mi chiedo "Come mai? Come mai?" Anche quello che sembrava andare tanto bene è andato a ramengo. Non è questa la vita che mi ero immaginato.
A metà tra la citazione (SFS - "Come mai") e il flusso di coscienza, forse è il caso di fare uno stop e provare a guardarsi indietro.
Sostanzialmente, è stato un mese pesantissimo, e pesantissimo non per l'università (anzi), non per gli amici (anzi), non per tutto il "resto" (anzi), ma per le evoluzioni sentimentali.
Riassumendo brevemente, da qualche mese mi piace un sacco una mia compagna di corso, che conosco fin dalla laurea triennale. Anzi, è stata la prima persona che ho conosciuto all'università, presentatami da un mio amico (ed ex-compagno di corso) che conoscevo già da prima. Fin da subito mi è riuscita simpatica, e comunque è molto, molto bella. Capelli scuri, lunghi, lisci, pelle chiara e morbida, viso assolutamente perfetto, labbra armoniose, occhi scuri, figura snella, aggraziata e proporzionata, voce calda e dolce, e soprattutto è simpaticissima, dolce, gentile, di un'acutezza mentale straordinaria, che non fa pesare in alcun modo.
Appena la vedo muoio dentro, ma vabbè. "Carry on".
Comunque, sta di fatto che con questa ragazza, pur essendo in corso con me e pur parlandoci occasionalmente, ho stretto i rapporti solo nel terzo anno del corso triennale, e anzi solo nel secondo semestre del terzo anno: ci mancavano gli stessi esami, o quasi, e le lezioni da frequentare erano le medesime, oltre a quelle degli esami rimanenti. Fatto sta che ci siamo "conosciuti" meglio, anche se all'epoca, per quanto mi piacesse e mi stesse simpatica, la consideravo tutt'al più un'amica, simpatica, ma "off limits", sia perché era fidanzata, sia perché nemmeno io ero single, e comunque non ci pensavo per mille altri motivi e mi limitavo a godermi la sua compagnia.
E in più parlava di andare a Gorizia per la laurea magistrale, quindi non mi ero nemmeno posto nell'ordine delle idee dei miei soliti e dannosi viaggi mentali.
Comunque, cosa fu, cosa non fu, venne il tempo delle mele. No, scusate, questa è un'altra storia. Dicevamo, finì il secondo semestre e cominciarono le sessioni estive di esami e di lauree. Confesso che fu un po' difficile disabituarsi alla sua presenza, e che a volte mi capitava di sembrare di scorgerla al posto di un'altra mia compagna di corso, che a differenza sua stava nel mio stesso "giro", e che le somiglia di sfuggita.
Tant'è, le prime lauree a luglio arrivarono e passarono, e segnarono un'impercettibile cesura, che pian piano si sarebbe allargata e approfondita. Ma del passaggio triennale/magistrale ho parlato fino alla nausea sul mio vecchio blog di Splinder, e comunque è roba passata. Fatto sta che dopo luglio si arrivò a settembre, e con settembre arrivarono gli ultimi due esami del corso triennale.
L'ultimo esame, in particolare, lo studiammo "assieme", tramite sms, confrontandoci su cos'era meglio studiare, del libro di testo, corposo, in verità. Poi, una notte di settembre mi svegliai, il Tesauro sulla pelle, sul mio corpo il chiarore della... della lampada dello studio sulla pelle, niente Vagabondi ma solo Esaminandi.
Il 22 settembre ci toccò l'esame, e fummo interrogati assieme. Tanta roba, andati piuttosto bene entrambi, prendiamo e salutiamo. Riaccompagnandola in stazione, anzi, no, all'ufficio ESU, mi dice che in realtà rimane a Padova, non va più né a Gorizia né a Bologna. Accidenti, stretta allo stomaco totale, e "eggioia" da parte mia, sebbene ancora non avessi realizzato la stupidità di ciò che stavo facendo. E, doppia sorpresa, del corso di laurea scelto (il medesimo mio, ma questo me l'aspettavo), aveva scelto pure il mio stesso curriculum.
Tanto è, tanto non è, quattro giorni dopo, il 26 settembre, cominciarono le lezioni della laurea magistrale. Per uno scherzo della sorte cominciammo con il corso progredito dell'esame che avevamo sostenuto appena prima, ma questo è relativo.
Durante il primo semestre legammo un po' di più, anche perché nel curriculum eravamo sostanzialmente "isolati", nel senso che nessuno dei due si era laureato (ci siamo laureati entrambi a febbraio) e comunque eravamo gli unici provenienti dal nostro anno di corso. Comunque, amicizia relativamente rinsaldata, e relativamente approfondita durante i corsi del primo semestre.
Poi, la Nakba.
A metà autunno, mi sembra a novembre, ma i ricordi confesso che su questo particolare sono terribilmente confusi, lei fu mollata dal suo moroso, cosa che la ridusse in uno stato deplorevole, tanto che mi si stringeva il cuore a guardarla. Era così "malmessa"... Anche perché, come venni a sapere poi, l'aveva piantata in malo modo (ammesso che ci sia un "bel" modo per lasciare qualcuno) e con motivazioni che avevano del delirante. E lì mi accorsi che forse era qualcosa di più di "semplice" amicizia quel che provavo per lei. Per citarla...
E così dicembre passò, e venne gennaio. Gennaio vide mie novità personali né punto né poco piacevoli, e vide il terminare del periodo intermedio, con l'approssimarsi a grandi passi della laurea. Gennaio passò in un battibaleno, e febbraio ci vide sostenere gli esami alla carbonara, come già ho scritto su questo blog all'epoca. La cosa che mi piacque di più fu quando lei sostenne l'esame di Diritto Pubblico Comparato, la sera del 14; io assistevo (io l'ho fatto un mese prima) per un altro nostro compagno di corso, ma quando lei finì mi fece cenno di uscire, come se fosse scontato che ero lì per lei. Cosa in realtà almeno in parte vera, visto che ci eravamo beccati in facoltà già la mattina, lei per ripassare nell'imminenza dell'esame, io per cominciare a studiare per l'esame del 17 (economia). Dopo un the con altre due compagne di corso, ci incamminammo noi due per la stazione ferroviaria, e lì fu la prima volta che osai sperare di piacerle, che osai sperare di non esserle solo indifferente.
Tant'è, l'altro esame lo sostenemmo il 17, e poi il 22 ci laureammo entrambi, entrambi alla medesima ora. Ci trovammo poco prima per farci gli auguri, e mai come allora ebbi la tentazione di prenderla in braccio e darle un bacio. Invece, a causa della tensione del momento e soprattutto a causa di questa lancinante insicurezza, mi limitai a stringerle la mano e darle un bacio sulla guancia. Finì 108 a 107 per lei, un'ora e mezza dopo.
Devo dire di essere stato contento di non aver potuto assistere alla sua festa di laurea, e che lei non abbia potuto assistere alla mia.
Non ci sentimmo più per quella decina di giorni, fino all'inizio del secondo semestre, finalmente entrambi laureati e regolarmente iscritti. E quando ci rivedemmo sembrò (o era solo una mia illusione?) che fossimo un po' più vicini, che ci piacessimo reciprocamente. Liquidare così due mesi vissuti al meglio è deprimente, ma da questo punto di vista furono splendidi ia marzo che aprile. Lei la percepivo sempre più vicina, e cercavo anche io di farmi più vicino, sempre tormentato però da quell'incertezza che afferra la gola e fa passare le notti in bianco.
In più, vabbè, lei aveva (e temo abbia tutt'ora) problemi di salute in famiglia, e spesso ne ha anche lei, tra febbriciattole e malesseri vari.
Il mese di aprile passò alla grande, e venne maggio. Il 3 maggio avevamo una conferenza con un professore di diritto, spagnuolo. Ci trovammo una mezzoretta prima della lezione-conferenza, e lei era a dir poco splendida. Jeans aderenti che mettevano in risalto le sue gambe, camicetta leggera, mocassini aperti che enfatizzavano i suoi bei piedi e le sue caviglie sottili e un raro (su di lei) velo di trucco che aumentava la bellezza del viso. Anche i capelli quel giorno erano più brillanti del solito. Insomma, quando vuole mettersi in lustro è ben capace di farlo, e con risultati eccezionali. Leggemmo brevemente insieme un libro (di ASOIAF) e accostando la testa alla sua rimasi letteralmente inebriato dal suo profumo, e dal profumo dei suoi capelli. Fu difficile, sì, e fu ancora più difficile quando, durante la lezione-conferenza di rara inutilità, lei si avvicinava a me, e lasciava che mi accostassi a lei. Fu "provvidenziale" la borsa a tracolla, ma sinceramente ancora oggi bestemmio il nome di chi di certo senza invito ci accompagnò in stazione. O forse lo debbo ringraziare, perché probabilmente le sarei saltato addosso e basta. Chissà.
L'indomani, il 4 maggio, lei aveva un esame che io avevo sostenuto la settimana prima, e mi incontrai per discutere con i diGErenti del partito da cui ero stato espulso.
E qui forse è necessaria una lieve spiegazione: dal 2008 fino ad aprile di quest'anno, militavo nell'organizzazione giovanile di un partito (una mentina succhiata a chi l'indovina) da cui mi stavo allontanando a grandi passi per la condizione disastrosa non tanto del giovanile quanto del partito. Ebbene, alla fine del mese, nell'approssimarsi delle elezioni universitarie, mi sfuggì detto in presenza dell'aristocrazia regionale, che mi piaceva, e molto, una ragazza del partito tradizionalmente contrapposto al "mio", più altre cose che assai poco piacquero. Fui espulso, dovendo peraltro ringraziarli di aver provveduto al poso mio.
Bene, ritornando al 4 maggio, l'appuntamento con gli "ex-miei" era per le 10:30 di mattina; subito dopo aver chiarito le ultime cose mi sarei fiondato a farle compagnia, non fosse altro per starle accanto. Bene, a mezzogiorno ci incontrammo, e appena finito di parlare lei passò davanti, e ci salutammo.
Tant'è, venne l'8 maggio, primo round delle universitarie, dalle quali io mi ero tenuto fuori. Finisce la lezione, la accompagno, assieme ad un attempato compagno di corso che prende la corriera, in stazione ferroviaria. Il discorso va per il suo conto e ci si sofferma sulle ragazze scandinave. Io affermo chiaro e tondo che non corrispondono al mio modello fisico, e lei ride e ribadisce che il mio modello fisico è la ragazza alta, bionda, occhi azzurri e molto formosa. In una parola, l'esatto contrario suo.
Io rimango stordito per tutto il giorno, e da allora non riesco più a raccapezzarmi. Cerco di avvicinarmi "di nuovo", ma sembra tirarsi indietro.
Questo mese di maggio quindi è stato particolarmente deprimente, particolarmente faticoso. In più, a fine mese, ci sono state le ben note scosse di terremoto. Ora, lei vive più a sud di me, abbastanza più vicino alla zona sismica. Il 20 maggio io non mi accorsi assolutamente di nulla, ma quando lo seppi fui tentato di telefonarle per sincerarmi che stesse bene. Ma è cosa da farsi? Ma è cosa da farsi nei confronti di una persona che fa di tutto per confermarti nell'incertezza? Mi avrebbe poi risposto? Mi tormentai nella sensazione di inutilità, e venni confermato quando nei due giorni successivi di lezione praticamente non mi rivolse la parola. La settimana seguente di lunedì mattina ci vedemmo fuori dalla lezione per un lavoro di gruppo che dovevamo presentare quello stesso pomeriggio. Lei era fantastica come sempre, e particolarmente bella quel giorno. Non le rivolsi quasi la parola, e le risposi a monosillabi, e mi sentii morire quando di sfuggita la vidi asciugarsi gli occhi. Tutt'ora spero che fosse un gesto di stanchezza, anche perché è facile e deleterio illudersi. Il martedì seguente fu ancora peggio, visto che ci parlavamo per interposta persona, mentre mercoledì ricominciammo a parlarci.
E quindi? Le piaccio? Le piacevo ma si è pentita? Mi sono illuso io? Mi ha preso in giro fino ad ora?

venerdì 8 giugno 2012

Our identity is our strength

Una citazione familiare a tutti (o quasi) i lettori di fantasy. Unico dubbio: attribuirla all'autore o al personaggio?
Attribuendola all'autore salvaguarderei dalla rivelazione chi stesse leggendo la serie fantasy di cui si tratta, ma l'autore se è per questo ha scritto pure vere e proprie infamie. Attribuendola al personaggio la renderei più puntuale, ma potrei fare brutali spoiler, e sono già stato minacciato di morte (D:) in questo senso. In ogni caso si tratta di una gran bella frase.
«Mai, mai dimenticare chi sei, perché di certo il mondo non lo dimenticherà. Trasforma chi sei nella tua forza, così non potrà mai essere la tua debolezza. Fanne un'armatura, e non potrà mai essere usata contro di te.»

giovedì 7 giugno 2012

In hora mortis nostræ

Questa volta non è nulla di mio, ma è un intervento in un forum che mi ha colpito a brutto grugno. Mi limito a consigliare di leggere soprattutto il secondo paragrafo. Io… io non so cosa pensare in realtà. Posso solo dire che è davvero commovente.
da un pò di tempo presto servizio alla Polfer.
Gli investimenti mortali purtroppo non sono una rarità soprattutto durante i periodi di festa (natale,pasqua ecc.) dove gli stati depressivi e la solitudine inducono le persone in tali condizioni a fare il gesto estremo.
la maggior parte delle volte capita che il corpo esploda letteralmente, infatti si fa fatica a rimettere assieme i pezzi (mi è capitato anche di rinvenire la testa a centinaia di metri dal luogo dell’impatto).
questa è solo una parte. perchè poi ci sono le overdose che in stazione (luogo purtroppo spesso frequentato da gente disperata che non stò certo qui a giudicare) sono una costante e spesso solo grazie alla tempestività dell’intervento nostro e soprattutto del personale del 118, non degenerano in episodi mortali.
chiamamolo cinismo, chiamamola difesa della propria mente che sviluppiamo a forza di confrontarci con tali eventi, ma almeno per me (dipenderà dal fatto che sono giovane) tutta la corazza che riesci a costruirti durante i rilievi, si disintegra del tutto quando arriva un parente della vittima sul posto o quando peggio ancora devi andare a casa a comunicarlo e magari la madre ti apre la porta con il sorriso chiedendoti:” mio figlio ha preso un’altra multa? ” e invece la notizia da comunicare è ben più grave.
l’operatore delle forze dell’ordine in tali casi è chiamato ad essere poliziotto,psicologo,soccorritore (perchè spesso il parente è colto da mancamenti o malori vari) e chi più ne ha, più ne metta.

termino il mio intervento con l’episodio che più mi ha segnato.
ero ai miei primi anni in polizia (ero ausiliario) e prestavo servizio in un commissariato di napoli. durante il servizio spesso si entrava in contatto con persone legate alla criminalità organizzata ed in particolare ricordo uno di questi. costui era il referente di un importante clan camorristico della zona e aveva un curriculum di tutto rispetto (associazione mafiosa,omicidio,estorsione ecc.) tra cui la sorveglianza speciale di p.s.
bene quando per un motivo o per l’altro incontravamo questa persona (si faceva vivo ogni volta che arrestavamo “uno dei suoi ragazzi”, oppure scatenava le ire della folla contro le forze dell’ordine che magari stavano solo sequestrando dei ciclomotori guidati senza casco o con la targa occultata ecc.), costui mi appariva come una persona senza anima, senza scrupoli e soprattutto senza paura.
bene una sera veniamo inviati per il solito intervento” volanti convergete in via x per una persona attinta da colpi d’arma da fuoco”.
giungemmo per primi sul posto insieme ad una pattuglia dei falchi e la scena che vidi mi ha segnato per tutta la vita. questo tizio (il camorrista sanguinario e potente di cui sopra) rantolava in un mare di sangue e boccheggiava proferendo sempre le stesse frasi:” aiutatemi appuntà! vi voglio bene! stò murenn! aiuto aiuto aiuto!” e mi tese la mano chiedendogli di tenergliela perchè non voleva morire da solo. ecco che la mano di quello che in quel momento era “solo un uomo “(perchè difronte alla morte siamo tutti uguali!) dopo pochi istanti cessò di stringere la mia e in quell’istante mi resi conto di aver fatto una cosa che mai avrei immaginato di fare in momenti simili. sapete quante volte fino al giorno prima gli avevo sperato che finisse ammazzato? e sapete quante volte mi ero detto:”un tipo del genere non merita di vivere”. e invece mi arresi alla natura, perchè difronte alla morte un camorrista e un poliziotto, pronti a combattersi giorno e notte, cessavano di essere tali ma diventavano solo “due uomini”.

mercoledì 6 giugno 2012

Amicitia

Di una cosa devo essere fiero e al tempo stesso stupito. Di avere amici che ancora mi sopportano e mi tollerano!