In realtà non c'è poi molto da raccontare di oggi e di questa settimana in genere. Sono stato promosso a informatica, ho registrato lo stage, ho consegnato lo stampato pressoché definitivo della tesi, ho consegnato il libretto e... ora sono completamente in libera uscita.
Oddio, non c'è molto. Non ci sono molti avvenimenti, questo no, però ci sono molte sensazioni, queste più difficili da raccontare.
Come la sensazione, tremenda, di tensione e di paura, sia per l'esito dell'idoneità di informatica (sempre tu sia maledetta) sia per la corretta registrazione dello stage (o tirocinio?) formativo, sulla cui regolarità nutrivo dei dubbi. Oltre che l'ormai familiare sensazione di stretta allo stomaco, mi si era avventata una dolorosissima stretta... sul collo. Tensione, contrattura, originate solo dallo stress, che si sono prima allentate e poi sciolte solo dopo aver, finalmente, visto la scritta "APPROVATO" sul tirocinio (e "IDONEO" stampigliato sull'idoneità).
Una volta completato questo minuscolo rito di passaggio, mi sono fiondato sul personal computer, a finire in fretta le correzioni e l'introduzione della tesi. Tesi che ho diligentemente stampato e consegnato, non il 1 febbraio, come speravo, ma il 2, sempre mattina. Giovedì ho appreso anche più o meno il luogo (certo), la data (quasi certa) e l'ora (ancora opinabile) della discussione di questa cavolo di Tesi.
Ancora mantengo un po' di riserbo, giusto per rendere più denso di suspense l'annuncio formale.
No, non è vero, lo annuncerò a tutti gli interessati non appena saprò con certezza la data, il che si verificherà credo mercoledì 8 febbraio, quando andrò a ricevimento della mia relatrice.
A ricevimento. Sembra quasi un ballo, con le dame nei loro migliori vestiti da sera, i cavalieri nei loro sobri frac. Tra questi gli ambasciatori e gli aristocratici, che conversano sommessamente nei grandi saloni dell'immensa villa che ospita l'Ambasciata di
Ruritania. Sotto le giacche dei frac frusciano le sciarpe seriche dei mille ordini cavallereschi, mentre le placche scintillano alla luce delle lampade come scaglie di diamante. Ogni tanto si intravede qualche ufficiale, alto e rigido nell'uniforme da cerimonia, i baffi a manubrio, il monocolo a coprire le cicatrici del
Mensur. Le fasce azzurre, tipiche della distinzione degli Ufficiali, sono sopra le giacche, a collo alto, piene di ricami d'oro e di decorazioni, stelle e croci al valore.
Ok, a prescindere da questo schizzo, il 2 febbraio, dicevo, ho consegnato prima lo stampato della tesi, e poi il libretto, in segreteria studenti. Devo dire che me lo immaginavo come momento emozionante, e invece sinceramente è passato via senza che me ne rendessi davvero conto. Un atto burocratico da sbrigare, e nulla di più.
Poi... poi per ora la vita è ferma. Non c'è più nulla da fare, almeno fino al 6, quando mi ritornerà la correzione definitiva, che dovrò sbrigarmi ad implementare (ma che non dovrebbe occupare più di tanto), in modo da stampare la tesi entro la serata, e da consegnare il tutto (auff!) entro il 7 mattina, come mio vizio l'ultimo giorno utile.
E vabbè, si sopravvive, fossero questi i miei problemi principali ci farei la firma. E poi, senza un minimo di brivido, che gusto c'è? Intanto sto qui a non fare assolutamente nulla, se non una vaga cernita degli invitandi (invitarla? non invitarla? ah, che ardua scelta), e soprattutto a pijiarmi er vestito novo. Vestito che non mi serve solo per la laurea, potrei benissimo farne a meno, ma mi serve ormai per le sempre più numerose occasioni in cui dovrò conciarmi in modo almeno passabile. Già alla cena di dicembre ci siamo dovuti mettere in giacca e cravatta ("sacrificio" ripagato più che abbondantemente dalle ragazze in gran spolvero e soprattutto della gioia di ritrovarsi ancora), e non ci era sembrato eccessivamente strano. Ora, si vede, è tempo di rassegnarsi al tempo che passa. Sto diventando vecchio, non c'è altra spiegazione, temo. E così già a dicembre mi son recato in una sartoria, nelle poche che rimangono, a farmi fare il vestito. Uno spezzato, non certo un abito, non penso proprio di dovere partecipare a un'occasione sociale di importanza e formalità tali da esigere un completo. Di solito l'opzione è pantaloni grigi, giacca blu e camicia azzurrina. Io invece ho deciso di provare a innovare almeno nel solco del generalmente accettato: pantaloni blu, giacca grigia (sfiancata, a che serve dimagrire se no?) e camicia rigorosamente bianca, anche se non di quel "tessuto bianco lenzuolo" che sinceramente un po' mi inquieta. Vabbè, vanità del vestiario a parte, ho avuto occasione di conoscere questi sarti, che sono tra il folle e il gentilissimo. Riescono a fare bene e in velocità il loro lavoro senza nulla far pesare al cliente, che è invogliato a ritornarci.
E forse, entro qualche anno, quando ormai il tempo del cazzeggio gratuito sarà finito, forse ci tornerò.
Sia come sia, al netto di tutte le sciocchezze minute che tutte assieme compongono il mosaico della vita di ciascuno, per ora non c'è altro da fare che attendere.
Attesa. È ben un concetto strano, visto che da un anno ormai non faccio che correre contro il tempo, con l'ansia del risultato e del rispetto delle scadenze, e in aggiunta con tutte le ulteriori complicazioni che giustamente arrivano quando uno forse ne farebbe volentieri a meno.
Attendere, quindi. E si attenderà.
Meglio così.