- Fra i miei uomini, Capitano, ce n'è uno affetto da ipersonnia che crolla addormentato sul più bello, uno zoologo specialista in pesci, di fiume soprattutto, una bulimica che scompare per fare scorta di cibo, un vecchio airone esperto di leggende, un mostro di cultura che non si schioda dal vino bianco, e via di seguito. Non possono permettersi di formalizzarsi troppo.
- E lavorate?
- Molto.

"La Cavalcata dei Morti" (il titolo in lingua originale è "L'Armée furieuse") è un giallo della scrittrice Fred Vargas che fa parte della serie del Commissaire de Police Jean Baptiste Adamsberg e i suoi subordinati della squadra Anticrimine della Prefecture de Police di Parigi.
Il romanzo è stato pubblicato in Francia nel 2011 e recentemente è stato tradotto e pubblicato in Italia da Einaudi.
La trama è semplice e si struttura su due filoni narrativi quasi completamente separati tra di loro: le poche intersezioni vengono realizzate dai protagonisti e da un personaggio comprimario, che ha la funzione più che altro di Deus ex machina, oltre a caratterizzare la sua figura e il suo carattere.
La trama è quindi doppia: da una parte l'indagine sul rogo di un anziano e ricchissimo industriale e finanziere. Dall'altra parte l'indagine si sviluppa nella direzione di un luogo rurale e campestre, immerso nei boschi della Normandia, collegata alle antiche e sanguinarie leggende.
Dopo poco tempo, nonostante la prima indagine faccia da cornice e da sfondo ai movimenti della seconda, l'attenzione viene catturata quasi esclusivamente dalla seconda missione.
Tale seconda missione è caratterizzata, come spesso nei lavori della Vargas, da elementi che apparentemente sono sovrannaturali o legati alla tradizione più arcaica, che aprono al lettore uno sguardo o sulle leggende e tradizioni del luogo (solitamente Adamsberg si muove tra Piccardia e Normandia, benché anche il Giura e i Pirenei siano stati esplorati, per arrivare perfino in Serbia). La descrizione delle tradizioni e delle leggende del luogo, che siano esplicitamente menzionate come in questo caso o che siano soltanto evocate come per esempio "Nei bochi eterni" ("Dan les bois eternelles") evoca un paesaggio che certo a prima vista è oscuro e remoto, per non dire suscettibile di evoluzioni verso l'horror o verso il fantasy, ma che invece rimane sempre sul piano terreno: sempre, e questo romanzo non fa ecceziona, l'atto criminoso è un atto commesso da una persona fisica e materiale, con sue proprie motivazioni: che possono includere il rispetto della tradizione o che possono prescinderne, ma che rimangono inevitabilmente ristrette alla realtà terrena e propria, senza nulla concedere all'elemento fantastico.
L'approccio realistico della vicenda, anche se non per forza dello svoglimento, è a sua volta soggetta al rischio di rendere arida e piatta la descrizione dell'indagine, e di trasformarla in nulla più che un semplice giallo che coglie l'occasione per tratteggiare in modo bozzettistico o - peggio - documentaristico questa o quella tradizione, questa o quella atmosfera. Questa possibilità è presente, ma è abilmente evitata dall'autrice grazie al ricorso al protagonista, Jean Baptiste Adamsberg, ai suoi subordinati, che spaziano dall'ipersonnico Mercadet, all'alcolista Danglard, alla giunonica Violette Retancourt. In modo particolare, il mozzo dell'ordinato e corretto svolgimento della narrazione, lontana dall'aridità descrittiva e aliena da qualsiasi inflessione fantastica, è rappresentato dal Commissario Adamsberg.
Costui è un uomo che tutto sembra, meno che un poliziotto, cosa che in realtà è. Il suo modo di ragionare è presentato dall'autrice non attraverso un tradizionale punto di vista, ma in modo alterno, che si situa in un punto indefinito tra il narratore onnisciente, il terzo spettatore e lo stesso punto di vista (soprattutto) di Adamsberg. Ciò contribuisce ad accentuare il persistente carattere di vaghezza dei ragionamenti, di "spalatore di nuvole" di Adamsberg, come il colpevole lo etichetta sprezzante, unito ad una sostanziale ignoranza abissale e soprattutto dall'assoluta indifferenza sia alla necessità di colmarla, sia nei confronti della maggior parte dei morti che pure ingombrano il cammino.
Ciò che colpisce, anzi, è proprio questo intrecciarsi di eterea vaghezza, a tratti intervallata da ansia, tensione, nervosismo: comunque passeggeri, e di oscure leggende e tradizioni (o quanto meno atmosfere altrettanto cupe ed oscure). E non c'è mai una vittoria della "razionalità" moderna, ma invece spesso la leggenda è confermata nella sua validità, pur venendo a volte esclusa dalle motivazioni che spingono i colpevoli al delitto.
Nel romanzo, inoltre, le lunghe e affascinanti digressioni sono quasi altrettanto centrali dell'inchiesta. I dialoghi sono sempre calmi, e anche nelle situazioni di alterazione emotiva non si allontanano mai dalla serena vaghezza di cui son fatti i personaggi, a dispetto delle loro ansie, delle loro oscurità.
La Cavalcata dei Morti, titolo abbastanza azzeccato anche rispetto a una traduzione letterale (sarebbe: "La Schiera furiosa", essendo "Esercito" del tutto incongruente con il romanzo), è un bel libro, scorrevole anche se non banale, comodamente esauribile in un pomeriggio: per oltre 400 pagine, è un elemento confortante.
Un ultima considerazione, che attiene le copertine: quelle italiane sono semplicemente azzeccate. Non perché rivelino alcunché del contenuto, ma perché riescono a trasmettere con assoluta precisione l'atmosfera generale della storia che racchiudono. E non è poco.
Consiglierei questo libro? Sì, ma con due avvertenze. La prima è che è il decimo della serie di Adamsberg, il che presuppone uno sviluppo assai robusto di una sua continuità narrativa e di ambientazione. La seconda è che è necessario prescindere dalla figura "civile" dell'autrice: Fred Vargas è una delle icone intellettuali della sinistra francese, ma il lettore che cercasse una manifestazione di impegno politico e militante nelle sue opere prenderebbe una cantonata colossale.